Palermo (domenica, 31 agosto 2025) – Un tempo bastava una teglia di anelletti col sugo della domenica, una melanzana fritta, un cucchiaio d’olio buono e un rametto di basilico per capire il significato della parola felicità. Bastava l’odore che usciva dalla cucina di nonna per sapere che era festa, che si stava bene, che eravamo tutti là, seduti attorno a un tavolo, con le mani unte e l’anima pulita.
di Marika Ballarò
Oggi invece… oggi l’anelletto non va più nella teglia “a sentimento”. No.
Va nel coppapasta.
Sistemato uno per uno, con la pinzetta chirurgica, come se stessero costruendo una pavimentazione in mosaico a Pompei. Per farlo ci vuole un muratore, non uno chef.
Ci manca solo che ti chiedano il DURC prima di servirlo.
Il nero di seppia, poi, è diventato un problema etico. Non si chiama più così: è “vellutata marina a pigmentazione intensa”. E se osi chiedere una sarda a beccafico, partono i droni della censura, ti bloccano il conto corrente e ti arriva una notifica: “Contenuto offensivo per gli uccelli e per i poveri pesci”.
Ma che colpa hanno le sarde, poverette?
Eravamo gente semplice. Pasta fritta la sera, se avanzava da mezzogiorno. Il sugo era oro rosso, l’origano era profumo di casa, e il basilico sembrava uscito da un’opera del Verismo.
Ora invece è tutto concettuale.
La cucina è diventata un mix tra teatro sperimentale, conferenza TED e studio di design minimalista. Entri al ristorante e non sai se mangi, se assisti a uno spettacolo o se devi prendere appunti per l’esame di estetica.
Ti servono tre ceci e una riga di hummus su un piatto grande quanto una parabola satellitare. Lo chiamano “percorso degustativo”.
Percorso di che? Della fame, forse.
Poi c’è il piatto che racconta. Ti arriva un cameriere con voce impostata e sguardo fiero che ti annuncia:
Tu sorridi. Ma stai pensando solo una cosa:
“Ma si po’ sapiri quannu si mancia?”
Il tempo che finisce la descrizione, il cibo si è raffreddato, l’Instagram è già pieno di storie col tuo piatto, e tu sei lì, con la fame che ti fa vedere le stelle. Altro che stella Michelin, stella cometa.
Ricordi quando la vongola era vongola?
Ora la trovi “fujuta”.
Lo spaghetto è lì, arrotolato come una spirale barocca, con il sugo di mare, ma del mare non c’è traccia. La vongola è solo evocata, una presenza spirituale, una metafora.
Ma io voglio la vongola vera, col guscio, che ti scappa nel piatto e fa “tac”.
E non parliamo dei nomi dei piatti. Siamo passati da “pasta co sucu” a “spaghetti al ricordo umido di pomodoro in conserva”.
Oppure “il Gattolardo”: polpette al sugo di nonna Maria, impiattate su una lavagna d’ardesia, servite con riduzione di lacrime di nostalgia.


